lunedì 19 maggio 2008

Esame di Maturità - Luglio 1968


I ragazzi del "49", (insieme a quei pochi furbi del "50" che erano andati a scuola a 5 anni), sono (siamo) quegli eroi dimenticati che sono riusciti per tutta la vita scolastica a galleggiare come provetti surfisti sull'onda prepotente delle riforme, senza mai farsi raggiungere.
Oltre agli esami di seconda e di quinta elementare, furono fra gli ultimi a sostenere l'impegnativo esame di stato di ammissione alle medie (abolito nel 1963) e gli ultimissimi ad affrontare, nel 1968, l'esame di maturità vecchia maniera (abolito l'anno dopo): 5 scritti, 9 orali, un solo membro interno, riparazioni a settembre.
L'anno seguente il ministro Sullo avrebbe esteso la maturità dai soli licei a tutte le scuole secondarie, che davano ormai diritto all'accesso ad ogni facoltà universitaria, e avrebbe modificato l'esame rendendolo, per i candidati interni, una scontata formalità e togliendo agli studenti quel pathos inenarrabile che noi ultimi fortunati potemmo invece ancora gustare e che tuttora ricordiamo con nostalgia.
Dopo un giugno di intensa strizza e passione, nei primi giorni di luglio si svolsero i cinque scritti
in cinque giorni diversi:
martedì 2 luglio  -  Italiano (vedi oltre i titoli dei 3 temi)
mercoledì 3 luglio - Latino (versione dal latino) - Plinio il giovane: "Lettera ad un amico che si era ritirato a vita privata a sessant'anni" (vedi oltre)
giovedì 4 luglio - Matematica (sia ABC un triangolo... vedi a lato)
venerdì 5 luglio - Inglese (un brano dall'italiano... vedi oltre))
sabato 6 luglio - Disegno (copia di una fotografia e relazione)
Il buon Gelli aveva scritto all'interno del quadretto, che conteneva la foto di cui si doveva fare la copia, gli estremi che ne permettevano di fare la relazione. CL.

Fra gli scritti e gli orali si passò tutto luglio a studiare e ripassare.
A Storia, Filosofia, Scienze e Fisica che erano state quasi del tutto abbandonate negli ultimi mesi, furono dedicate quattro mezze giornate di preparazione sui benemeriti e mai abbastanza lodati Bignami.
Versione dal latino del Liceo Classico
Gli esami orali furono suddivisi in due giornate (letterari e scientifici):
Italiano
Latino
Storia e educazione civica  - Filosofia
Inglese
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Matematica
Fisica
Scienze naturali, chimica e geografia

Educazione Fisica
L'impegno emotivo di quest'esame fu tale che il cervello ha successivamente cancellato quasi ogni suo ricordo.
Le tracce dei temi di italiano del 1968

Di tutti ricordo solo la prova di esame di Educazione Fisica (l'unica pro forma):
si svolse nel corridoio delle aule e consistette, nel mio caso, nel mimare a corpo libero (senza attrezzo) il lancio sia del peso che del disco. Maturato a pieni voti.

Campeggio post-esame a torre del lago PPO Bubu Dom Pierino chi altri ? Forse c'era anche Aldo con la Lambretta. E' li che un topo morse il naso di notte al PPO?
All’esame di maturità fui rimandato a settembre a fisica. Facendomi i complimenti, mi dissero che a memoria dei professori non si ricordava di qualcuno che alla maturità fosse riuscito ad andare a settembre ad una sola materia orale.

Fra i partecipanti si notano Dom e Albert
Per prepararmi meglio all’esame di riparazione decisi di confermare la mia partecipazione al “Corso di cultura aeronautica” a cui, unico della classe insieme al Bubu e al Bonfi, mi ero iscritto in primavera, abboccando alla propaganda dell’Aeronautica Militare.
Bubu che doveva preparare per settembre italiano, latino, matematica, inglese e non so che altro, pensò bene di rinunziare. Io e Bonfi, invece, partimmo in treno per Gorizia il 18 di agosto, attraversando l’Italia deserta in una domenica di afa desolata. Alla stazione di Gorizia fummo presi in consegna dall’Aeronautica Militare che ci portò in caserma e ci militarizzò subito a suon di adunate e predicozzi. Io fui assegnato alla gloriosa (?) Squadra di volo "EOLO".
Eravamo un centinaio e per tutta la settimana ci assillarono con lezioni teoriche, prove di valutazione e visite ai sacrari militari di Oslavia e Redipuglia. Gli unici momenti elettrizzanti furono la visita alla pattuglia acrobatica a Rivolto e le tre prove di volo.
Gli aerei erano tre vecchi Piaggio P-148 del 1951, chiamati confidenzialmente “Piaggini”, attrezzati con i doppi comandi. Il martedì mattina ci fu il primo volo di ambientamento, nel quale l’istruttore non ci fece neppure mettere la mani sui comandi. Durò all’incirca dieci minuti e non si superarono i 150 metri di altezza. Ci avevano dotato di un paracadute che puzzava di muffa e chiarito la procedure di lancio.
Nel caso che l’aereo avesse iniziato a precipitare avremmo dovuto nell’ordine:
1) Sganciare il tettino in plexiglass
2) Sganciare le cinture di sicurezza.
3) Uscire carponi dalla cabina e montare sull’ala
4) Sedersi sull’ala, con le gambe penzoloni, voltati all’indietro
5) Buttarsi di sotto stando attenti a non incocciare coi denti negli alettoni di coda
6) Conteggiare a voce alta: 121, 122, 123
7) Tirare la maniglia di apertura del paracadute.
L’istruttore ci chiarì subito che tutta la procedura, al di sotto dei 500 metri di quota non aveva alcun senso. Volando a 150 metri di altezza, se l’aereo fosse precipitato ci saremmo schiantati per terra prima ancora di essere riusciti a sedersi sull’ala. Ovviamente la notizia ci dette grande conforto.
La mattina dopo mentre con gli autobus si andava all’aeroporto si diffuse la voce che nella notte i russi avevano invaso la Cecoslovacchia e spazzato via la primavera di Dubceck e il suo socialismo dal volto umano. Ricordo ancora la tristezza e la rabbia per quelle notizie che monopolizzarono anche i giorni seguenti.
Dopo il secondo volo dove avevamo tenuto l’aereo in volo con le nostre mani e manovrato, compiendo piccole virate, cabrate e picchiate, il giovedì era in programma l’ultimo volo dove, forse, avremmo provato anche decollo e atterragio.
Fui uno dei primi a volare e tutto andò benissimo, compreso l’atterraggio che l’istruttore mi lasciò fare praticamente da solo. Poi toccava al Bonfi e lo vidi bene mentre entrava in cabina con l’istruttore, chiudeva la capotta e poi mentre rullava sulla pista accelerando per il decollo.
Fu allora che successe il patatrac.
Seppi dopo che il Bonfi, nell’agitazione del momento, entrando in cabina, si era seduto malamente sul sedile di pilotaggio, rimanendo incastrato con il paracadute contro la spalliera. Sentendosi scomodo, aveva cercato di raddrizzarsi e per farlo non aveva trovato di meglio che attaccarsi con la mano destra alla comoda maniglia rossa posta sopra al suo capo, cercando di tirarsi su.
Ci avevano spiegato a teoria e ancor meglio nei primi due voli che quella maniglia era dipinta di rosso perché non andava mai toccata, salvo e unicamente nel caso di gravissima emergenza, dopo aver deciso di buttarsi col paracadute.
Il Bonfi si era scordato di tutto e così con un veloce e plastico movimento, che l’istruttore non fece in tempo a impedire, fece scattare l'apertura del tettuccio della cabina che uscì dalle guide e volò via. L’aereo era in fase di decollo, ma la sua velocità era ancora relativamente modesta e così il tettuccio prese in pieno la coda, sfasciandola. L’istruttore accortosi con raccapriccio di quanto stava capitando, tolse gas e inchiodò i freni, riuscendo, dopo paurose sbandate, a fermare l’aereo di traverso proprio al termine della pista.
I risultati noti di questa notevole prestazione furono i seguenti.
Un aereo fuori uso, con danni per centinaia di migliaia di lire, la prova di volo interrotta fra bestemmie e accidenti, il nostro rientro in caserma con il Bonfi tradotto sottoscorta e la sua successiva immediata espulsione da tutti gli aereoporti d'Italia, con trasferimento in stazione e consegna del foglio di via su vagone piombato.
Il successivo sabato 24 agosto, terminato il corso, ci furono consegnati gli attestati e altra cianfrusaglia varia e si fu rispediti a casa in treno.
Temprato da tale formativa esperienza, pochi giorni dopo, a settembre, fui in grado di ottenere una brillante riparazione a fisica.
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Martedì 2 luglio 1968 - Maturità scientifica - Tema d'italiano
mercoledì 3 luglio 1968 - Maturità scientifica - Versione dal Latino
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Anno 1968 (I sess.) - maturità classica
Autore Seneca
Tratto dall’Opera Lettere, 43, 2-5
Titolo Chi è onesto non ha mai nulla da nascondere

Quidquid inter vicina eminet magnum est illic ubi eminet; nam magnitudo non habet modum certum: comparatio illam aut tollit aut deprimit.
Navis quae in flumine magna est in mari parvula est; gubernaculum quod alteri navi magnum alteri exiguum est.
Tu nunc in provincia, licet contemnas ipse te, magnus es.
Quid agas, quemadmodum cenes, quemadmodum dormias, quaeritur, scitur: eo tibi diligentius vivendum est.
Tunc autem felicem esse te iudica, cum poteris in publico vivere, cum te parietes tui tegent, non abscondent, quos plerumque circumdatos nobis iudicamus non ut tutius vivamus, sed ut peccemus occultius.
Rem dicam ex qua mores aestimes nostros: vix quemquam invenies qui possit aperto ostio vivere.
Ianitores conscientia nostra, non superbia opposuit: sic vivimus ut deprendi sit subito aspici.
Quid autem prodest recondere se et oculos hominum auresque vitare?
Bona conscientia turbam advocat, mala etiam in solitudine anxia atque sollicita est.
Si honesta sunt quae facis, omnes sciant; si turpia, quid refert neminem scire cum tu scias?
O te miserum si contemnis hunc testem!
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Tutto quello che si differenzia da ciò che lo circonda, in quell'ambito è grande; la grandezza non ha una misura definita: il confronto la innalza o la sminuisce.
Un'imbarcazione che sul fiume sembra grande, diventa piccola in mare; un timone, grande per una nave, è piccolo per un'altra.
Ora tu in provincia, anche se ti sminuisci, sei grande.
La gente vuol informarsi, e sa, che cosa fai, come mangi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela.
Considerati felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito, invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati.
Ti dirò una cosa dalla quale potrai giudicare la nostra moralità: non ti sarà facile trovare uno in grado di vivere con la porta aperta.
I guardiani di fronte alle porte di casa non ce li ha fatti mettere la superbia, ma la nostra cattiva coscienza: viviamo in modo tale che essere visti all'improvviso significa essere colti in fallo.
Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo?
La buona coscienza chiama a sé la gente, quella cattiva è ansiosa e preoccupata anche in solitudine.
Se le tue azioni sono oneste, le sappiano tutti; se vergognose, che importa che nessuno le conosca, se tu le conosci?
Povero te, se non tieni conto di questo testimone!

Che passi da gigante (all'indietro) che ha fatto l'etica in duemila anni !
Altro che ossessione per la privacy !
Che avrebbe detto il buon Seneca se fosse vissuto oggi ?
Non credo che avrebbe fatto tante tragedie per qualche intercettazione telefonica.
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Teatro - Concerti - Bar Centrale -Cineforum - San Vincenzo

Prato -Metastasio - I Giganti della Montagna
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La sera dopo le sei ci ritrovava in centro. Il ritrovo fisso era davanti o dentro al bar Centrale, al quadrivio del Lux. Se s'era in pochi e in via Cino non c'era movimento ci si rintanava a giocare a flipper nell’antro buio in fondo al corridoio che portava alle stanze sul retro. Ogni partita costava 50 lire (esattamente quanto un quotidiano), ma a forza di giocare s'era diventati dei veri professionisti. Di uno dei due flipper in particolare, si conoscevano ormai tutti segreti più intimi. Eravamo in grado di carezzare le due manopole e spingere ritmicamente, ma con forza controllata fino ad arrivare al limite estremo del tilt, riuscendo a fermarci appena un attimo prima dell’acme. I punti fioccavano, fra luci lampeggianti e suoni scampanellanti, fruttando bonus in palle aggiuntive. Ormai si era capaci di far durare una partita a piacere e i record di punteggio venivano costantemente migliorati raggiungendo cifre iperboliche. A un certo punto ci si stufava e si lasciava il gioco in tronco, cedendo generosamente le manopole a qualche ammirato spettatore.
Nelle tre stanze sul retro del bar si giocava con le carte toscane a filotto o a tressette col morto. Al massimo si faceva un’ordinazione di una spuma bionda o al bitter, giusto per dare un contentino al barista e per propiziarci qualche pantagruelico rutto. Si fumava quasi tutti e l’atmosfera era da porto delle nebbie.
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Intorno al 1966 un pomeriggio di Cineforum al cinema Verdi.
Davano un film americano di fantapolitica, non ricordo se "A prova di errore", "Tempesta su Washington" o "Comma 22". Alla fine del film sarebbe seguito il temuto "dibattito" condotto da don Gargini.
Alla fine del primo tempo, mi portai dall'altra parte della sala, dove si era sistemato Maurice, che in quelle occasioni amava distinguersi dal gruppetto della classe, invero assai cialtronesco e casinista, e atteggiarsi a persona matura e baccagliatrice. Chinandomi da dietro, per dirgli all'orecchio non so quale bischerata, posai sotto la sua poltroncina tre fialette puzzolenti di vetro che avevo acquistato la mattina. Credo si trattasse di acido solfidrico. Mi trattenni dietro di lui cazzeggiando del più e del meno, fino a quando le luci si abbassarono per il secondo tempo. A quel punto, con noncuranza. allungai il piede e schiacciai le tre fialette, quindi rapidamente tornai al mio posto.

Sullo schermo era appena apparso Henry Fonda in una scena madre con Walter Matthau, quando una scena ben più drammatica iniziò a svolgersi dall'altra parte della sala.
Tutt'intorno a Maurice iniziò prima un mormorio, poi un'agitazione crecente, quindi un fuggi-fuggi generale di gente paonazza. Solo lui, stoicamente impassibile, restò immobile al suo posto, dimostrando a tutta la platea, ammirata, di quale tempra fosse fatto.
In seguito, essendo egli un individuo assai astuto, fu assalito da fortissimi sospetti sull' autore della performance, ma, fortunatamente, non entrò mai in possesso di prove certe.
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Ci si ritrovava il sabato alle tre alla San Vincenzo de Paoli in San Domenico con l'insegnante di religione,  padre Montanari che era il nostro coordinatore, a fare una breve relazione sull’attività settimanale di ciascuna coppia. Io facevo il paio con Patrizio e la nostra assistita era una vecchietta del quartiere di Porta san Marco: la Filippini.
Dopo la mezz’oretta del rapporto, ci si disperdeva per città in bicicletta per andare a trovare i nostri protetti. Patrizio e io si andava al Supermercato dell’Esselunga, luogo allora di stupefacente modernità, e si faceva la spesa fino ad esaurire la modesta somma stanziata ogni settimana. Si comprava la pasta, lo zucchero, un barattolo di pomodoro, fagioli e poco altro. Poi ci si incamminava.
In via Buonfanti si entrava nel portone di una vecchia casa scalcinata e si salivano gli scalini neri e lucidi di una stretta e ripida scala. Ricordo ancora perfettamente l’odore penetrante di lezzo che usciva dagli scalini e dai muri ricoperti dall’unto dei secoli.
Si entrava dalla Filippini, una vecchina raggrinzita e prosciugata, sul metro e quaranta di altezza. Dopo aver posato la roba sul tavolo della cosiddetta cucina ed essersi ritualmente scherniti di fronte ai suoi ringraziamenti, ci si accomodava tutti nella camera da letto, unica stanza esistente oltre alla cucina ed al cesso, su tre seggioluccie pericolanti.
A quel punto c’era il problema di come riempire il quarto d’ora che ci sentivamo in dovere di trattenerci. La Filippini infatti non è che avesse molti interessi. Era sola da tanti anni: morto il marito, morto l’unico figliolo, passava le giornate a pregare e a sentire la radio senza capire quasi nulla di quello che vi si diceva. A qualsiasi domanda rispondeva a monosillabi e la conversazione tendeva inevitabilmente a spegnersi. In quei momenti dentro di me ringraziavo Patrizio che, nonostante tutto riusciva a parlarle del più e del meno, suscitando un minimo di interesse in quella persona così assente. Io cercavo di collaborare, ma ero di poco aiuto.
Alla fine, dopo esserci trattenuti per un tempo dignitoso, ci si congedava e si usciva, rattristati da quella vita tanto vuota, e senza speranze, ma anche sollevati di poter tornare a respirare liberamente nel nostro mondo che in quel momento ci appariva così rassicurante e pieno di promesse.
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(Ciccio, Dom, ogni tanto Astucci e PPE). Qualche domenica pomeriggio, ai concerti al Teatro Comunale di Firenze (non dico un Abbado, ma almeno un Muti ... un Delogu...), nella Innocenti IM3 superribassata del tenero prof d'Italiano Starnini, in una nuvola densissima di fumo di sigaretta, in amena compagnia del prof. di matematica, lo stralunato Giovannino Ieri o della stagionata ipermiope Giulietta che facendo ginocchino impediva all'imbarazzato guidatore di innestare la marcia indietro. Auto in panne sull'autostrada, che ripartiva grazie a misteriosissimi calcetti bene assestati sulla marmitta o giù ci lì.
Pio X - 18 aprile 1969...
In quegli anni al Metastasio, alla Pergola, alla Sala Bianca, ma più che altro al Teatro Comunale, oltre ai giovani Metha, Pollini, Abbado, Giulini, Muti, Maazel, si poterono vedere per le ultime volte anche Backhaus, Karajan, Rubinstein, Oistrakh e Bernstein.
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Circolo Pio X
Qualche domenica sera dopo cena, magari appena reduci dall'Abetone, dopo tredici ore di sci e di autobus, ci restava il coraggio di andare al Pio X a farsi il torneo di bridge oppure, ogni 15 giorni, al concerto di don Mario Lapini, a farsi cullare semiaddormentati dal Quartetto Italiano (Paolo Borciani, Elisa Pegreffi, Piero Farulli e Franco Rossi) o dall' immancabile minipianista polacco Mieczysław Horszowski (morto venticinque anni dopo, a 101 anni, nel 1993). Mentre Don Mario indaraffatissimo preparava il registratore segreto nascosto fra i tendaggi rossi dietro il palco, noi si approfittava dell'intervallo per farsi una veloce partita a boccette nella sala accanto al bar.

Gite scolastiche

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Una gita scolastica per una destinazione ormai svanita dalla memoria.
Partenza in Pulmann dall’angolo di via Fonda in direzione Lux.  Subito dai sedili di coda, dove i casinisti di ruolo si sono sprofondati, parte possente il coro: “Palle, palle, palle rosse e gialle, leccateci le palle, le palle rosse e gialle.” Mi pare diretto con ampi movimenti delle braccia, da Stefano.
Fatti appena 50 metri, il Pulmann si inchioda di fronte al Pacini e il professor Starnini, saltato su come una molla, rosso come un peperone, si lancia in un cazziatone memorabile, annullando seduta stante la gita.Solo l’intercessione degli altri professori, e la minaccia di tremende punizioni, consente, dopo dieci minuti, di ripartire, con l’autobus immerso in un silenzio di tomba, rotto però da qualche irrispettoso: “miaaaaaaao!”
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1a liceo - (30 aprile-3 maggio 1964) - Napoli Pompei Amalfi Paestum



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2a liceo - (29 aprile-2 maggio 1965) - Assisi Foligno Spoleto Terni Orvieto Bolsena Follonica Piombino Populonia Baratti
A Terni, dopo cena andammo a visitare il quartiere malfamato che qualcuno ci aveva indicato (una specie di super via Tomba). Mentre noi si schiamazzava e si faceva casino, c'era il Gigi preoccupatissimo, che, dopo avere intravisto nei portoni qualche brutto ceffo, si raccomadava a bassa voce: "ragazzi fatela finita, che qui si va alle cultellate".

Sempre a Terni, nell'albergo Minerva, in camera a quattro (chi erano gli altri due?) il Bonfi, come al solito voleva dormire, ma noi si aveva la ruzza e a dormire non ci si pensava proprio e così quando si era costretti, dopo una riuscita incursione in altre camere, a barricarsi nella nostra per sfuggire alle rappresaglie, si passavano i tempi morti, stuzzicandolo coscienziosamente.
Lui, aveva astutamente adottato la tattica della resistenza passiva. Aveva deciso cioè di non reagire in nessun caso, per vedere di smontarci. Pia illusione, ovviamente. Si cominciò infatti versandogli lentamente un bicchiere d’acqua sui capelli e sul guanciale, e poi un altro anche sul pigiama. Siccome non reagiva, temendo che prendesse freddo, si pensò allora misericordiosamente di asciugarlo, versandogli addosso un intero barattolo di borotalco.
La mossa ebbe successo. Infatti il Bonfi, esaurito ogni spirito Gandhiano e in preda a un improvviso furore omicida, balzò dal letto cercando di afferrarmi per potermi strangolare. Data però la sua inesperienza in questo tipo di scaramucce, non riuscì nel suo intento e anzi, con un piede impigliato nel lenzuolo, cadde rovinosamente a terra dopo aver travolto un comodino con relativo abatjour e quant’altro.
Siccome lo sventurato , con il curioso aspetto di un mollusco infarinato, pronto per la frittura, tentava faticosamente di rialzarsi, io pensai bene di eclissarmi prontamente, andando a cercare ospitalità per la nottata in un’altra camera.
Il giorno dopo il Bonfi mi comunicò ufficialmente di non avere affatto apprezzato la performance e di non gradire più la mia compagnia in camera.

3a liceo - (6-10 aprile 1966) - Innsbruck Salisburgo Monaco Vipiteno - Aggregati al Liceo Classico: Dom, PPE, Stefano, altri??Appena arrivati all'albergo di Salisburgo, quello dei maschi, perché le femmine naturalmente stavano in un altro albergo, trovammo, nel cassetto del tavolino della nostra camera, un numero di Playboy (quello americano originale). Va premesso che in Italia Playboy era carissimo e praticamente introvabile. Playmen sarebbe uscito l'anno dopo nel 1967 e l'edizione italiana di Playboy addirittura nel 1972. Il ritrovamento suscitò nella compagnia un eccezionale interesse editoriale che finì per provocare lunghe code di fronte al bagno.

4a liceo - 21-24 marzo 1967 - Frascati Casaccia ROMA Tarquinia Bomarzo (prof: Bogani, Starnini, Ieri, Gelli)
ROMA - Albergo Valle - notte fra il 22 e il 23 marzo 1967
Barricato in camera, per scansare i gavettoni che imperversavano nei corridoi, avevo studiato un piano davvero geniale per comunicare la nostra giovanile euforia all'intero albergo.
Avevo strappato il filo dell'abatjour e dopo averne sbucciato le estermità, e annodato i due fili di rame, avevo infilato la spina nella presa. Fiammata. Corto circuito. Buio generale. A quel punto avevo estratto la spina.
Dopo una mezzoretta, quando, cambiate le valvole, la luce era finalmente tornata, mi era bastato infilare la spina nella presa per far saltare ancora l'impianto. La serata era proseguita su questa falsariga, ma dopo il quarto corto circuito la luce non era più tornata . Evidentemente avevano finito la scorta delle valvole. Nel frattempo, favorita dal buio pesto, la guerra dei gavettoni nei corridoi e nelle camere raggiungeva il suo culmine, con somma gioia degli altri avventori dell'hotel.
Il mattino seguente gli ospiti dell'albergo apparivano alquanto depressi, con le barbe non fatte e gli occhi gonfi. Il più depresso era il direttore, mentre comunicava agli abbacchiati professori che se non avessimo sgombrato entro mezz'ora, avrebbe sciolto i cani.
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La sera seguente (Giovedì santo) Stefano, che disponeva di fondi extra, si avventurò al mitico Piper Club dove si esibiva Patty Pravo. Il successivo racconto che il compiaciuto protagonista ci fece di quest' avvenimento, assunse toni favolosi e leggendari.
Lui, a soli due metri da Patty Pravo, che cantava, senza reggipetto, con la camicetta aperta, trattenuta da un solo pericolante bottone, con un vice questore e due poliziotti, lì accanto, pronti, in caso di cedimento di quell'ultimo bastione, a saltare sul palco per interrompere il troppo licenzioso spettacolo e procedere ad arresti e denunzie. Davvero epico.
4a liceo - Gita 1967

Ciccio che a Bomarzo, preso dall'entusiasmo, si esibisce nel numero del sospensorio umano. (con sigaretta),
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5a liceo - (16-20 marzo 1968) - Parigi
Appena arrivati al Bureau de Jeunesse vi trovammo, alloggiate un gruppo di studentesse tedesche in gita come noi.
Venivano da Braunschweig (o Brunswick che dir si voglia) una città della Bassa Sassonia. Me lo ricordo perché pochi mesi prima la Juventus aveva incontrato e battuto l'Eintracht Braunschweig, nei quarti di finale della Coppa dei Campioni, e questo fatto ci tornò poi utile per attaccare discorso.
Erano piuttosto bellocce e giunoniche: davvero "made in Deutschland", e subito una discreta frenesia percorse tutta la compagnia. La frenesia rasentò il parossismo quando la sera le tedescotte andarono a fare la doccia.
I locali docce del Bureau de Jeunesse, avevano infatti una curiosa particolarità. Sia quelli dei maschi che quelli delle femmine davano direttamente sui corridoi dei piani e le loro porte erano curiosamente sollevate dal pavimento di una trentina di centimetri. Non conosco la ratio di tale conformazione delle porte, né all'epoca indagammo in merito, ma la conseguenza era che dal corridoio si potevano comodamente vedere i piedi ed un pezzo di gamba di tutti quelli (e sopratutto quelle) che, a gruppi di quattro, facevano la doccia. All'epoca, la cosa apparve sommamente arrapante, e così la pressione salì a valori ipertensivi.
Il prode Astucci, accreditato di un’ottima padronanza dell'inglese, e buon baccagliatore fu subito inviato in avanscoperta per trattare un abboccamento con la portavoce delle tedesche. La missione ebbe successo e così quella stessa sera ci ritrovammo nella nostra grande camerata (mi pare da una decina di posti) per un Rendez-Vous pieno di promesse.
In realtà parlammo molto (in inglese) di juventus e di altre cazzate, consumammo biscotti e coca cola, ma compicciammo poco. Solo Astucci, giustamente, ebbe un incontro soddisfacente con la portavoce (notevole peraltro) con cui era ormai in confidenza. Anche il Sandrello, individuata e tampinata una teutonica porcellotta, ottenne qualche non effimera soddisfazione.
La mattina dopo le tedesche, finita la vacanza, partirono per la Germania, lasciandoci un po’ di amaro in bocca per tutto quel ben di dio che eravamo riusciti solo a sfiorare.
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L'ultima sera uscimmo tutti in cerca disperata di donne, per non dovere tornare da Parigi senza aver battuto un chiodo. Solo il Bonfi restò in albergo in preda a malinconiche ubbie. Visto che in gruppo non si era combinato niente, quella sera ci sparpagliammo tutti, sperando nella buona sorte.
Non so come andò, ma dopo un paio d'ore, prima uno poi un altro, inaspettatamente ci ritovammo in un discreto gruppetto a ciondolare su e giù per Pigalle, fra procaci e mercenarie tentazioni.
A quel punto, con troppi testimoni presenti, non se ne fece di niente e tutto il gruppetto prese la strada di un mesto ritorno verso l'ostello.
All'ingresso, verso mezzanotte, nella rue Jean Jacques Rousseau, fummo accolti da grida disumane provenienti dall'alto. Affacciato alla ringhiera in ferro battuto del terzo piano il Bonfi, in pigiama a righe, ubriaco fradicio, lanciava animaleschi barriti, mentre annaffiava la via sottostante con una potente e copiosa pisciata.
Appena esaurita la pioggia ci precipitammo nella camerata giusto in tempo per accompagnare lo sventurato a vomitare al cesso. Al ritorno dalla triste bisogna, trovammo un disperato PPO che aveva appena scoperto con raccapriccio che la preziosissima bottiglia di cognac Courvoisier, acquistata il giorno prima e gelosamente nascosta fra la biancheria della valigia, era stata completamente scolata e che il suo contenuto orribilmente decomposto giaceva ormai fra i ciottoli della via.







5a liceo - Gita in val di Fassa ? - con Starnini ? classe del Parrini ?
Settimana bianca al Monte Bondone ? quale anno?
Sistemazione in camera a tre con letto matrimoniale. Io nel lettone con Bubu. La sera dopo mezzanotte, dopo una lunga chiacchierata, finalmente buonanotte e spegnimento delle luci. A quel punto, lascio qualche minuto affinché i sensi si acquietino, poi nel buio profondo estraggo da sotto il guanciale la pistola giocattolo caricata con cartucce a salve, che portata da casa, avevo accuratamente nascosto. La accosto silenziosamente dalle parti di Bubu e tiro più volte il grilletto. La notte viene squarciata da lampi e da spari assordanti. Si riaccendono le luci e Bubu, dopo qualche secondo, ripresosi da un preoccupante iniziale stato di catalessi, mi salta addosso scatenando una rissa che finisce di svegliare l'intero piano, già messo sul chi va là dalla sparatoria. (Discreto numero davvero!)

- Gita a Roma - 21-24 marzo 1967 - Autobus - Terrazza - Ristorante - San Pietro

Roma - Villa Borghese - Ostia - Tarquinia

Bomarzo - Elefante - Autobus

Gita a Parigi - 17-20 marzo 1968 - 18 marzo : Place de La Concorde: avvisaglie del maggio parigino

18 marzo : Notre Dame - Boulevards - Tour Eiffel

19 marzo : Etoile - Versailles - Castello e Giardini

Ritorno in autobus - 20 marzo ore 8,11 partenza dalla Gare de Lyon - Les Adieux - ciao ciao